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SIR THOMAS MORE
Il primato della verità sul potere



                              LA FAMIGLIA: LA BELLA UTOPIA DI THOMAS MORE                                 
a cura di Tommaso Tavormina - articolo pubblicato su Morìa 2/2012


“Ognuna col marito nella stessa fila, poi intorno a ogni uomo si stringono i figli, i consanguinei, i parenti, perché più da vicino si sostengano fra di loro quelli che più la natura spinge a porgersi aiuto insieme[1]” 

Probabilmente non v’era affetto più caro per Thomas More che la sua famiglia. Ciò che più gli mancava durante le sue lunghe missioni all’estero, ciò con cui più d’ogni altra cosa prediligeva passare il tempo e ciò per cui più soffrì durante i mesi passati rinchiuso nella Torre era sempre e solo la sua famiglia: essa è stata di fatto tanto importante nella sua vita, che Sir Thomas le assegna un compito di assoluta importanza nell’ordinamento di Utopia. Di quel mondo “fantastico”, la famiglia è la base sociale, politica e valoriale. l’esatto contrario di ciò che avveniva nel “mondo reale”, in quella società cinquecentesca profondamente individualistica, che rispecchiava una mentalità tipicamente borghese, amalgama di intraprendenza, egoismo e rivalità; una società che poneva al centro la persona, ma non tale in quel suo essere animale sociale che si completa solo nella sua comunità, bensì in quanto individuo, non parte di un tutto ma tutto esso stesso, essere finito nei confini della sua esistenza.
Nell’anelo di costruire una società migliore, più aperta, altruista e comunitaria, Thomas More riparte proprio da ciò che manca all’Europa del ‘500: la famiglia. Egli aveva intuito che laddove essa non ha alcuna importanza, la società è ridotta al minimo, lo spirito comunitario è debole, e lo Stato, inteso come struttura al servizio del cittadino, è inesistente. Dove, invece, la famiglia è posta al centro della comunità, allora lo Stato ritrova il suo ruolo, poiché per More, essa era “l’istituzione che più di ogni altra cosa era in grado di far ritrovare agli uomini la dimensione umana dei loro rapporti”[2].
Ecco perché nella Repubblica di Utopia “la città è composta di famiglie”[3]: More, nella descrizione della società, inizia proprio da loro, quasi volesse suggerire l’idea che nell’unica vera repubblica felice, tutto parte da loro.
Nella concezione moreana infatti la famiglia[4] non è un semplice specchio della società, non si limita cioè a riprodurre, nel piccolo, ciò che accade nel grande, ma assurge ad un ruolo ben più importante in quanto condiziona fortemente la società stessa e la plasma a sua immagine trasmettendogli quei valori che vengono coltivati, giornalmente, all’interno del focolare domestico: ciò che arriva fuori, alla comunità, viene da dentro, dalla casa.
Per questo in Utopia è la società in realtà ad essere lo specchio della famiglia, in questa trova la sua ragione, la sua natura, poiché da essa deriva direttamente, essendo poco rilevanti gli altri corpi intermedi presenti tra l’individuo e lo Stato[5]. Non è un caso che molte novità introdotte da More riguardanti l’istituto familiare sono, allo stesso tempo, novità sociologiche, in rapporto soprattutto agli stili di vita e alle abitudini dell’Europa del ‘500.
Quella che More propone in Utopia è una famiglia sostanzialmente patriarcale[6]. Al suo interno, il potere maritale è quasi assoluto: il marito assume su di se le funzioni di signore, giudice e sacerdote nei confronti della propria moglie: essa infatti deve servirlo, e questi non solo può punirla per le colpe di lieve entità, ma deve anche confessarla prima delle celebrazioni religiose di fine mese.
Tale subalternità sussiste anche nell’ambito lavorativo, dove Thomas More ripropone la tradizionale divisione dei compiti: la soluzione dei problemi esterni alla famiglia spetta al marito, come la raccolta dai magazzini di tutto ciò che occorre al gruppo familiare, mentre le incombenze domestiche sono di competenza della moglie.
Per quanto riguarda i figli,  questi sono ancora più subordinati ai genitori che non le mogli ai mariti. Anch’essi infatti devono servire[7], sono puniti e vengono periodicamente confessati, ma in più sono fortemente controllati nella sfera affettiva e “sentimentale”, essendo rigorosamente vietati i rapporti sessuali prematrimoniali.
In questa condanna More si inserisce in un discorso comune ai suoi tempi, ma gli dà un senso sicuramente diverso e più ampio. Vedendo nei rapporti prematrimoniali, che permettono di sperimentare i piaceri del matrimonio senza sopportarne le difficoltà, una causa della perdita di valore del matrimonio, egli li vieta cercando in questo modo di proteggere l’istituto della famiglia, così importante ma così in pericolo nella società del suo tempo, soprattutto nelle città, dove i matrimoni duravano pochi anni[8].
Tracce di patriarcalismo sono indubbiamente presenti anche nella famiglia del Santo.Chi comandava, in casa More, era sicuramente Thomas: egli “rappresentava la prima autorità della casa, che esercitava non con il comando, ma con l’amore. A lui si deve la creazione di quell’ambiente intellettuale e spirituale che caratterizzava ogni aspetto della famiglia. Sua moglie invece rappresentava la seconda autorità della casa”[9].Fu infatti in virtù della sua potestas che poté influire così notevolmente sulla crescita culturale non solo della sua prole, ma anche delle sue mogli: sia con Jane che con Alice si comportò come un maestro, oltre che come marito, e le educò, imponendosi a volte sulla loro volontà, alla bellezza delle arti e all’importanza del sapere.
Anche nella divisione dei compiti, la famiglia di More rispecchiava la mentalità del tempo e rifletteva la concezione tipicamente cristiana che collocava la donna nello spazio domestico piuttosto che pubblico; essendo il futuro Cancelliere del regno spesso fuori per lavoro, il governo della casa era affidato ad Alice, che svolgeva il compito con ammirevole abilità[10].
Anche nei confronti dei figli, Thomas More esercitava la sua autorità: egli non si tirava indietro a “far la voce grossa”, non sopportava l’idea di vederli oziare e per questo, anche energicamente, li spronava ad un impegno maggiore, pur comportandosi sempre come un padre piuttosto che come un padrone.I figli crebbero nell’affetto e nella stima verso lui, e ciò è facilmente ravvisabile nelle lettere che si scrivevano nei momenti di lontananza. I suoi lo amavano, perché in fondo egli governava la casa “né con la severità, né con i rimproveri, ma con la dolcezza e l’amabilità”[11].
Piccolo paradiso terreno, la famiglia More era ben diversa da quel “gruppo di genitori e figli, felici nella loro solitudine ed estranei al resto della società”[12] che era, come accennato, la famiglia cinquecentesca. Di fronte a tale situazione, il Santo sentì l’esigenza di sviluppare un modello di famiglia a dimensione sociale e con un carattere fortemente comunitario.Per questo More alla famiglia chiusa contrappone la famiglia aperta, estesa e comunitaria di Utopia, immagine di quella bell’altra utopia, ma reale, che era la sua famiglia.Quella descritta in Utopia è una famiglia estesa perché è formata da più generazioni: gli sposi, andando a vivere nella casa del maschio, fanno si che il loro figlio possa crescere sotto lo stesso tetto dove sta invecchiando il nonno. Anche a casa More era così: dentro le stesse mura il vecchio John vedeva correre l’altro John, il piccolo, l’ultimogenito di More.
La famiglia è aperta in Utopia dal momento che, per motivi demografici o per assecondare le preferenze dei singoli, è pronta ad accogliere un nuovo membro o a privarsi di uno dei propri. L’istituto dell’adozione è uno dei più significativi in tal senso. Con l’adozione degli apprendisti, infatti, non solo si da la possibilità al ragazzo di svolgere l’attività che più si confà alle sue inclinazioni, ma soprattutto, venendo questi accolto con lo status di figlio, gli viene trasmesso quel calore affettivo a cui era abituato nella famiglia d’origine.

Anche casa More era aperta verso gli altri: tanti erano gli amici che si fermavano per un tempo che poteva essere anche lungo, come capitava per le visite di Erasmo, e non pochi erano coloro che, pur non amici, venivano ospitati: “poveri, ricchi, saggi, matti, parenti e sconosciuti; e non come estranei”[13]. La famiglia More era tutt’altro che chiusa: era ospitale, “e ci venivano i poveri, a chieder l’elemosina. Quelli del vicinato mangiavano spesso alla sua tavola, e mentre pochi pranzi (Thomas) dava al ricco e al nobile, spesso voleva quei poveri vicino alla sua tavola. Altri infermi erano alloggiati in una casa speciale, a Chelsea. E non soltanto invitava a pranzo gli sfortunati, ma […] li fece partecipare alla sua famiglia per periodi indefiniti”[14]. Thomas More superava così, già nella realtà, ancor prima che nella “finzione”, quella clausura degli affetti che costituiva la caratteristica principale della famiglia nella società del suo tempo: la sua ospitalità era quella dell’uomo cristiano che aveva capito l’importanza dell’amore verso il prossimo.Quella utopiana è infine una famiglia che vive in comunione con le altre: i gruppi familiari appartenenti alla stessa “sifograntia” si ritrovano almeno due volte al giorno per consumare i pasti e questo è un momento decisivo per lo scambio della socialità propria di ogni gruppo, che dà, quindi, ma al contempo riceve. Se si pensa, poi, a tutti gli altri momenti di vita comunitaria, come ad esempio le attività ricreative e culturali, allora ci si rende conto di quanto il privato, in Utopia, sia ridotto al minimo, e di come la famiglia così strutturata, lungi dall’essere una gabbia per l’individuo sia, per contro, veicolo di comunione per una società veramente comunitaria.Ma se c’è un aspetto in cui Thomas More con le proposte presenti nel suo aureo libretto è stato davvero rivoluzionario rispetto ai suoi tempi è sicuramente la rivalutazione della donna, aspetto che ha delle conseguenze dirette sulla famiglia stessa, mitigandone in parte il carattere patriarcale.
Così accade che in Utopia ella si segga alla stessa tavola del marito[15] e debba dare il suo consenso perché egli possa allontanarsi da casa. Si pensi poi all’istituto dell’adulterio così com’è configurato nell’isola: mentre ancora agli inizi del Rinascimento le mogli erano chiaramente discriminate, tra gli utopiani invece marito e moglie, di fronte alla fedeltà coniugale, sono considerati assolutamente uguali e allo stesso modo, con la stessa durezza vengono puniti (con la schiavitù o, se recidivi, con la morte).Infatti, in Utopia l’adulterio è ingiustificabile, tanto che se due sposi si rendono conto dell’incompatibilità dei loro caratteri, possono di comune accordo divorziare. Qui, ancora una volta, More va fortemente controcorrente: sia nei confronti della morale cristiana (ma la ragione, che in Utopia è sovrana, dice che se due persone non possono, per natura, stare insieme, sarebbe ingiusto e controproducente costringerle a vivere insieme), sia contro il costume del suo tempo, dove il divorzio era ancora concepito come un diritto del marito, ma non della moglie.
Thomas More rivaluta invece la donna, dandole non solo la possibilità di decidere, al pari del marito, la sorte del loro matrimonio, ma le conferisce anche una “funzione giudiziaria”, poiché il Senato, quando deve decidere i casi di divorzio, viene integrato con le mogli dei senatori, potendo così giungere ad una sentenza imparziale ed oggettiva[16].
Traspare forte nelle pagine di Utopia l’intento del Santo di proteggere con ogni mezzo l’istituto del matrimonio, base sui cui si fonda la famiglia.  Col divorzio vuole difenderlo dagli effetti distruttivi di un falso amore, che oltre a rendere eternamente infelici gli sposi, finirebbe per intaccare la fiducia che la gente ripone nel matrimonio in sé, visto erroneamente in quel caso come causa di perenne tristezza.
Va in questo senso anche la scelta del coniuge: nell’isola utopiana ognuno è libero di scegliere la persona con cui passerà tutta la vita. I genitori sono completamente estromessi dalla decisione dei figli, poiché solo sui figli ricadranno le conseguenze della scelta.
Può quindi comprendersi maggiormente quello che in Utopia è l’istituto dell’ispezione prematrimoniale: l’intento del Santo è quello di dare uno strumento in più in mano ai giovani, affinché possano decidere, di un fatto così importante, con coscienza e con maggior conoscenza di se stessi, anche sul piano fisico.
Per More il matrimonio era infatti una cosa seria, da non potersi prendere con leggerezza e tantomeno poter essere utilizzato strumentalmente per cimentare amicizie familiari o creare nuove “alleanze”. Egli critica i costumi degli europei in tema di matrimonio, dove questo, il più delle volte, è deciso “a tavolino” dai genitori, che, stoltamente, mandano all’altare due giovani che di se non hanno visto più che un palmo di mano. Ciò non può che portare al fallimento dell’amore matrimoniale ed essere anche causa d’adulterio.
L’aspetto fisico non è d’altronde cosa da trascurare, in Utopia, poiché lì, dove non si scaccia il piacere come fosse un demonio, il matrimonio è ordinato non solo alla procreazione, ma anche al piacere stesso, mezzo per raggiungere la felicità, non solo individuale, ma anche di coppia. E come potrebbe essere diversamente laddove nessuno ha stabilito che l’atto sessuale, pur all’interno del matrimonio, debba essere vissuto essenzialmente come un dovere, e non anche come un piacere?[17].
Di fronte al “matrimonio d’affari”, frutto delle necessità, più che della volontà, o rifugio, secondo il modello etico vigente, per la debolezza della carne[18], Thomas More propone con grande coraggio il matrimonio d’amore, fondato sulla libera scelta, sulla responsabilità, sul rispetto, sulla felicità e sulla più completa comunione di vita tra uomo e donna. A questo matrimonio non esclude neanche i sacerdoti, sottolineando che lo stato coniugale non deve essere visto come un segno di debolezza, o un ostacolo sulla via della salvezza personale.

Anzi, in Utopia è proprio attraverso la famiglia che l’uomo, laico o religioso, realizza pienamente se stesso, poiché in questa ritrova il senso del suo agire, in questa impara a vivere e da questa si proietta verso l’altro, verso la sua comunità.La valorizzazione del matrimonio passa dunque attraverso una rivalutazione della donna in quanto moglie, ma Thomas More va oltre e,  “in un’età in cui le donne erano ritenute non soltanto capaci d’insegnare, ma perfino d’apprendere e in cui avere figliole femmine veniva considerato dai genitori un grandissimo peso”[19], egli supera la discriminazione dei genitori rispetto al sesso dei figli ponendoli sostanzialmente sullo stesso piano.
Per More, uomo e donna, in quanto essere dotati di ragione, sono sostanzialmente uguali. Egli amò infatti i suoi figli uno per uno allo stesso modo, senza distinzione alcuna. “Da esso – raccontava il Santo riferendosi al dispiacere che gli veniva dallo star troppo tempo lontano da casa – nasce in me quell’indulgenza per le vostre menti ancora inesperte, che tanto spesso mi induce a vezzeggiarvi prendendovi in braccio; da esso l’abitudine mia di darvi dolcetti da mangiare e mele mature e belle pere; da esso l’abitudine di adornarvi con vesti di seta e il non aver mai potuto sopportare di vedervi piangere. Sapete bene infatti quanto frequenti fossero i miei baci e quanto rare le busse: la frusta che usavo non fu mai altro che una coda di pavone, e anche quella ve la infliggevo con mano esitante e leggera, perché i vostri sederini teneri non portassero i segni della verga dolorosa. Ah, che padre insensibile è quello che non condivide le lacrime della propria creatura! Non so come si comportino gli altri, ma voi sapete bene quanto io sia mite di temperamento e compassionevole. Ho sempre amato appassionatamente quelli che ho messo al mondo e sono stato (com’è dovere di un padre) indulgente. Ma adesso il mio affetto si è così ingigantito, che mi sembra di non avervi mai voluto bene in passato”[20].
A tutti e quattro More insegnò le lettere e le scienze, poiché in tutti e quattro, indistintamente, vedeva le stesse qualità, che solo con “lo studio dei libri, fatto a dovere”, potevano essere sviluppate.
Nell’aprire la conoscenza anche alle donne, nel dare anche a loro quella ricchezza culturale che la loro presunta inferiorità non le permetteva di ottenere, Thomas More fu davvero un grande innovatore.Dimostrazione di ciò è l’autentica predilezione che More nutriva verso Margaret, la sua primogenita. In una delle tante lettere che si scrissero durante il periodo della prigionia, Meg dipinse la figura di un padre buono, affettuoso, amato da tutta la famiglia, il cui unico conforto, da quando egli se ne andò, “è stato – scriveva Margaret - il ricordare l’esperienza della tua vita passata e del tuo pio conversare, nonché i salutari consigli e il virtuoso esempio che tu ci hai dati. E la certezza che non  solo queste cose continueranno come prima, ma che saranno accresciute, per la bontà di Nostro Signore, per la maggior pace e gioia del tuo cuore scevro da vincoli terreni e ammantato del nobile abito della virtù celeste, amabile dimora nella quale si compiace riposare lo Spirito Santo di Dio. Che Egli ti mantenga (come non dubito, mio caro padre, che faccia nella sua bontà) libero da ogni affanno di mente e di corpo e che accordi alla tua amorevolissima figlia e serva ubbidientissima e a noi tutti, tuoi figli ed amici, di praticare ciò che lodiamo in te e, a nostro solo confronto, di riunirci nel tuo ricordo affinché si possa, alla fine, ritrovarti, mio carissimo padre, nella beatitudine celeste per la quale Nostro Signore nella Sua misericordia, ci ha redenti con il Suo prezioso sangue”[21].
Questo era il padre, il marito, il padrone di casa Thomas More.

[1] Tommaso Moro, Utopia, Edizioni Laterza, Bari 2007, p.112.
[2] Cosimo Quarta, Tommaso Moro. Una reinterpretazione dell’Utopia, Edizioni Dedalo, Bari 1991, p.127.
[3] Tommaso Moro, Utopia, cit., p. 69.
[4] Si fa riferimento solo alla “famigli urbana”, poiché quella “rurale” presenta dei caratteri che non permettono di identificarla come famiglia vera e propria.
[5] Si pensi poi che uno di questi, la sifograntia, promana dalla famiglia, anzi può essere definita come famiglia di famiglie.
[6] Come sottolineano anche alcuni studiosi: Kautsky scorge nella famiglia delineata da Tommaso “la famiglia patriarcale nella sua forma classica”; Hexter paragona il paterfamilias di Utopia ad un patriarca; allo stesso modo Prevost, il quale afferma che Moro ha trasposto nell’Utopia le sue abitudini patriarcali, e Logan, che definisce la famiglia di Utopia rigidamente patriarcale nella struttura.
[7] Durante i pasti, tra l’altro, se non servono, vengono messi vicino agli anziani, affinchè questi li controllino costantemente.
[8] J. Rossiaud, in Il cittadino e la vita di città, riporta il dato secondo cui, intorno al 1400 a Venezia la durata media di un matrimonio era, tra i nobili, di sedici anni, mentre tra gli altri solo dodici.
[9] Giuseppe Gangale, Una grande casa. Il primato di Dio nella vita e nella famiglia di S.Tommaso Moro, Grafite Editrice, Napoli 1991,  p.53.
[10] Di questo ce ne da testimonianza Erasmo, che nella Lettera a Guillaume Budè scrive: “ Ella che non è donna di cultura ma ha ingegno naturale e senso pratico, governa tutta la famiglia con ammirevole abilità: in essa adempie per così dire l’ufficio di reggente, assegnando a ciascuno un compito ed esigendone l’adempimento, senza permettere ad alcuno di starsene in ozio e di perder tempo in sciocchezze”, in Ritratti di Thomas More, a cura di Matteo Perrini, Edizioni La Scuola, Brescia 2000, pp. 104-105.
[11] Erasmo Da Rotterdam, Lettera a Johann Faber, in Ritratti, cit., p.123.
[12]Philippe Ariès, La vita privata dal feudalesimo al Rinascimento, Edizioni Laterza, Bari 1987, p 475.
[13] Daniel Sargent, Tommaso Moro, Morcelliana, Brescia 1978, p.68.
[14] Ibidem, p. 69
[15] Nell’Europa del secolo XVI le mogli dei contadini non sedevano mai alla tavola dove mangiavano gli uomini e i ragazzi.
[16] Quest’ultimo aspetto ha un peso notevole anche sul piano sociale: basti pensare, infatti, che nell’Inghilterra del Cinquecento la funzione in campo giuridico della donna non andava oltre la mera testimonianza in procedimenti a carico di donne.  
[17] Quel “dovere coniugale” così radicato tra i moralisti cattolici del sedicesimo secolo.
[18] Lungo tutto il medioevo l’impostazione predominante era quella che non contemplava la santità al di fuori di una vita religiosa. Lo stato laicale era visto come uno stato di necessità dato dalla natura “istintiva” dell’uomo, che non poteva resistere agli impulsi della carne. Solo verso la fine del Cinquecento si fece strada l’idea della santificazione anche al di fuori della vocazione religiosa, nella pratica dei doveri inerenti al proprio stato.
[19] Cosimo Quarta, Tommaso, cit., p. 104
[20] Tommaso Moro, Tutti gli Epigrammi, Edizioni Paoline, Milano 1994, p. 264.
[21] Tommaso Moro, Lettera di Margaret al padre, in Lettere dalla prigionia, Bollati Boringhieri, Torino 1991, p. 29.

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