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GIUBILEO DEI GOVERNANTI E DEI POLITICI, 5 NOVEMBRE 2000


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La petizione dei capi di Stato

L'istanza che pubblichiamo di seguito è stata sottoscritta da diverse centinaia di uomini politici (compresi Capi di Stato, Capi di Governo e Ministri) di svariati Paesi, di diverse tendenze politiche e appartenenti a differenti confessioni religiose. Essa è stata presentata al Santo Padre, corredata dalla raccolta completa delle lettere di adesione, dal Sen. Cossiga e dal Sen. venezuelano Hilarión Cardozo il 25 settembre scorso nel corso di un'udienza privata: Beatissimo Padre, La figura di San Tommaso Moro martire ha, ormai da secoli, suscitato la sincera venerazione del popolo cristiano. Ma egli è anche uno dei santi dei quali il mondo della cultura e quello della politica approfondiscono, con maggiore dovizia di studi e con crescente interesse di scienze e prassi, i molteplici aspetti della vita e dell'opera. La bibliografia specialistica è in costante aumento e presenta caratteristiche assai significative: anzitutto accomuna autori che appartengono a diverse chiese e comunità cristiane (Sir Thomas More è inserito nel calendario liturgico della Chiesa Anglicana in Inghilterra come "martyr"), fedi religiose e persino agnostici: e questo a testimonianza di un interesse davvero universale. Inoltre, ne traspare un'ammirazione che, al di là dell'apporto offerto da San Tommaso Moro nei settori in cui operò - come umanista, come apologeta, come giudice e legislatore, come diplomatico o come statista -, si concentra sull'uomo: se la santità è di per sé anche pienezza dell'umano, in questo caso ciò appare addirittura tangibile.Già il predecessore della Santità Vostra sul soglio di Pietro, il Papa Pio XI, nella Bolla di Canonizzazione lo pose quale modello di provata integrità di costumi per tutti i cristiani e lo definì "laicorum hominum decus et ornamentum". Proprio fra i laici la crescente attrazione verso questa straordinaria figura ci parla di una presenza che, con il trascorrere del tempo, si fa più viva, più incisiva e sempre di più permanentemente attuale.Egli appare come l'esemplare di quell'unità di vita che la Santità Vostra ha indicato quale espressione specifica della santità per i laici: "L'unità della vita dei fedeli laici è di grandissima importanza: essi, infatti, devono santificarsi nell'ordinaria vita professionale e sociale. Perché possano rispondere alla loro vocazione, dunque, i fedeli laici debbono guardare alle attività della vita quotidiana come occasione di unione con Dio e di compimento della sua volontà, e anche di servizio agli altri uomini" (Es. ap. Christifideles laici, n. 17). In lui non ci fu alcun segno di quella frattura fra fede e cultura, fra principi e vita quotidiana, che il Concilio Vaticano II lamenta "tra i più gravi errori del nostro tempo" (Cost. past. Gaudium et spes, n. 43).Nell'attività umanistica in cui spaziò dall'inglese al latino, al greco, dalla filosofia, specie politica, alla teologia, egli unì lo studio alla pietà, la cultura all'ascesi, la sete di verità alla ricerca della virtù attraverso una dura ma gioiosa lotta interiore. Come avvocato e giudice, finalizzò l'interpretazione e la formulazione delle leggi (è giustamente considerato fra i fondatori della scienza della common law inglese) alla tutela di una vera giustizia sociale e alla costruzione della pace fra gli individui e le nazioni. Più pensoso di eliminare le cause della violenza che di reprimere, non separò la promozione appassionata ma prudente del bene comune dalla pratica costante della carità: "patrono dei poveri" lo definirono infatti i suoi concittadini. L'incondizionata e benevola dedizione alla giustizia nel rispetto della libertà e dell'umana persona fu la guida della sua condotta di magistrato. Servendo ogni uomo, San Tommaso Moro sapeva di servire il suo Re, e cioè lo Stato, ma voleva servire anzitutto Dio.Questa tensione a Dio ne permeava l'intera condotta. La sua famiglia, ove si premurò di instaurare un'istruzione ad elevatissimo livello morale, venne dai contemporanei definita "accademia cristiana". Da uomo pubblico dimostrò di essere nemico assoluto dei favoritismi e dei privilegi del potere, professando un esemplare distacco dagli onori e dalle cariche, ma vivendo, con semplicità e con umiltà, il suo stato di altissimo servitore del Re.Fedele fino in fondo ai doveri civili, si espose a rischi estremi pur di servire il proprio Paese. Riuscì a divenire perfetto servitore dello Stato, perché lottò per essere perfetto cristiano. "Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio" (Mt 22, 21): egli comprese che queste parole di Cristo, se, da un lato, affermano la relativa autonomia del temporale dallo spirituale, dall'altro - in quanto pronunciate da Dio stesso -, impegnano la coscienza del cristiano a proiettare nella sfera civile i valori del Vangelo, respingendo però ogni compromesso, e questo fino all'eroismo del martirio, affrontato con profonda umiltà.Il suo Martirio, se pur con la prudenza della storia imperfetta degli uomini, è la prova suprema di quest'unità di valori - frutto dell'assidua ricerca della verità e di una non meno tenace lotta interiore - cui San Tommaso Moro seppe improntare tutta la propria esistenza. Lo straordinario buon umore, la perenne serenità, la considerazione delle posizioni contrarie, il sincero perdono a chi lo condannava, mostrano come la sua coerenza si sposasse con un profondo rispetto per la libertà altrui.Proprio l'attualità di questa convergenza di impegno politico e di coerenza morale, di quest'armonia fra il soprannaturale e l'umano, di questa unità di vita senza residui, ha indotto numerosi pubblici esponenti di vari Paesi del mondo ad aderire al Comitato per la proclamazione di Sir Thomas More, Santo e Martire, quale Patrono dei Governanti. Fra i firmatari della presente istanza si annoverano cattolici e non: uomini di Stato che operano in circostanze non solo politiche, ma anche culturali, assai eterogenee tra di loro, ma tutti ugualmente sensibili alla fecondità dell'esempio moreano. Un esempio che, ben oltre l'arte del governare, abbraccia le virtù indispensabili per il buon governo.La politica per lui non fu una interessata professione, ma un servizio talvolta arduo, al quale si era coscienziosamente preparato non solo con l'approfondimento della storia, delle leggi e della cultura del proprio Paese, ma soprattutto con l'indagine paziente sulla natura umana, la sua grandezza e le sue debolezze, e sulle condizioni sempre perfettibili del vivere sociale. La politica fu lo sbocco di un assiduo sforzo di lucida comprensione. Grazie ad esso, egli poté insegnare la giusta gerarchia dei fini da perseguire nel governo, alla luce del primato della Verità sul potere e del Bene sull'utile. Agì sempre nella prospettiva dei fini ultimi, quelli che l'alternarsi delle vicende storiche non potrà mai vanificare.Di qui la forza che lo sostenne nell'affrontare il martirio. Fu martire della libertà nel senso più moderno del termine, perché si oppose alla pretesa del potere di comandare sulle coscienze: tentazione perenne - e tragicamente attestata dalla storia del XX secolo - di ordinamenti politici che non riconoscono nulla al di sopra di sé. Fedele alle istituzioni del suo popolo - la Magna Charta recitava: Ecclesia anglicana libera sit - e attento lettore della storia che gli mostrava come il primato di Pietro costituisca garanzia di libertà per le Chiese particolari, San Tommaso Moro dette la vita per difendere la libertà della Chiesa dallo Stato. Ma in questo modo egli difese allo stesso tempo la libertà ed il primato della coscienza del cittadino nei confronti del potere civile.Martire della libertà perché martire del primato della coscienza che, saldamente formato dalla ricerca della verità, ci rende pienamente responsabili delle nostre decisioni, cioè padroni di noi stessi e dunque liberi da ogni vincolo che non sia quello - proprio della creatura - che ci lega a Dio. La Santità Vostra ci ha ricordato che la coscienza morale rettamente intesa è "testimonianza di Dio stesso, la cui voce e il cui giudizio penetrano l'intimo dell'uomo fino alle radici della sua anima" (Enc. Veritatis splendor, n. 58). Questa - ci sembra - la lezione fondamentale di San Tommaso Moro agli uomini di Governo: lezione di fuga dal successo e dal facile consenso in nome della fedeltà ai principi irrinunciabili, da cui dipende la dignità dell'uomo e la giustizia degli ordinamenti civili. Lezione, questa, altamente ispiratrice per tutti coloro che, sulle soglie del nuovo Millennio, si sentono chiamati a scongiurare le ricorrenti insidie di nuove e mascherate tirannie.Perciò, certi di agire per il bene della società futura e confidando che la nostra supplica troverà benevola accoglienza nella Santità Vostra, chiediamo che Sir Tommaso Moro, Santo e Martire, fedele servitore del Re, ma anzitutto di Dio, venga proclamato "Patrono degli Uomini di Governo".
SIR THOMAS MORE
Il primato della verità sul potere


patrono

Omelia di Giovanni Paolo II per il Giubileo dei Governanti,dei Parlamentari  e dei  Politici

Il Legislatore cristiano non può scendere a compromessi sulla vita e sulla famiglia fondata sul Matrimonio tra un uomo e una donna. 
Sono lieto di accoglierVi in questa speciale Udienza, illustri Governanti, Parlamentari e Amministratori della cosa pubblica, venuti a Roma per il Giubileo. Nel rivolgerVi il mio deferente saluto, ringrazio cordialmente il Presidente del Senato della Polonia, Signora Grzeskowiak, per gli auguri fatti a nome dell’Assemblea; il Presidente del Senato dell’Argentina, Mario Losada, e il Presidente del Senato Italiano, Senatore Nicola Mancino, che si sono fatti interpreti dei comuni sentimenti. Estendo il mio grato pensiero al Senatore Francesco Cossiga, attivo promotore della richiesta della proclamazione di san Tommaso Moro Patrono dei Governanti e dei Politici. Saluto pure le altre Personalità, tra cui il Signor Michail Gorbachev, che hanno preso la parola. Uno speciale benvenuto rivolgo ai Capi di Stato presenti.L’incontro mi è propizio per riflettere insieme con Voi – alla luce anche delle mozioni poc’anzi presentate – sulla natura e sulla responsabilità che comporta la missione a cui, nella sua amorosa provvidenza, Dio Vi ha chiamati. La vostra, infatti, può ben essere considerata come una vera e propria vocazione all’azione politica: in pratica, al governo delle nazioni, alla formazione delle leggi e all’amministrazione della cosa pubblica, a vari livelli. è necessario allora interrogarsi sulla natura, sulle esigenze e sugli scopi della politica, per viverla da cristiani e da uomini consapevoli della sua nobiltà e, insieme, delle difficoltà e dei rischi che essa comporta.La politica è l’uso del potere legittimo per il raggiungimento del bene comune della società: bene comune che, come afferma il Concilio Vaticano II, «si concreta nell’insieme di quelle condizioni sociali che consentono e favoriscono negli esseri umani, nelle famiglie e nelle associazioni il conseguimento più pieno e più spedito della propria perfezione» (Gaudium et spes, 74). L’attività politica deve perciò svolgersi in spirito di servizio. Giustamente il mio predecessore Paolo VI ha affermato che «la politica è una maniera esigente... di vivere l’impegno cristiano a servizio degli altri» (Octogesima adveniens, 46).Perciò, il cristiano che fa politica e vuole farla «da cristiano» deve agire con disinteresse, cercando non l’utilità propria, né del proprio gruppo o partito, ma il bene di tutti e di ciascuno, e quindi, in primo luogo, di coloro che nella società sono i più svantaggiati. Nella lotta per l’esistenza, che talvolta assume forme spietate e crudeli, non sono pochi i «vinti», che vengono messi inesorabilmente da parte. Tra questi non posso non ricordare i detenuti nelle carceri: tra loro mi sono recato il 9 luglio scorso, in occasione del loro Giubileo. In quella circostanza, richiamandomi alla consuetudine dei precedenti Anni giubilari, invocavo dai Responsabili degli Stati «un segno di clemenza a vantaggio di tutti i detenuti», che costituisse «un chiaro segno di sensibilità verso la loro condizione». Mosso dalle molte suppliche che mi giungono da ogni parte, rinnovo anche oggi quell’appello, nella convinzione che un simile gesto li incoraggerebbe nel cammino del personale ravvedimento e li stimolerebbe ad una più convinta adesione ai valori della giustizia.Questa deve essere, appunto, la preoccupazione essenziale dell’uomo politico, la giustizia: una giustizia che non si contenti di dare a ciascuno il suo, ma tenda a creare tra i cittadini condizioni di uguaglianza nelle opportunità, e dunque a favorire quelli che per condizione sociale, per cultura, per salute rischiano di restare indietro o di essere sempre agli ultimi posti nella società, senza possibilità di personale riscatto.è lo scandalo delle società opulente del mondo di oggi, nelle quali i ricchi diventano sempre più ricchi, perché la ricchezza produce ricchezza, e i poveri diventano sempre più poveri, perché la povertà tende a creare altra povertà. Questo scandalo non si verifica solo all’interno delle singole nazioni, ma ha dimensioni che ne travalicano ampiamente i confini. Oggi soprattutto, con il fenomeno della globalizzazione dei mercati, i Paesi ricchi e sviluppati tendono a migliorare ulteriormente la loro condizione economica, mentre i Paesi poveri – se si eccettuano alcuni in via di promettente sviluppo – tendono a sprofondare in forme di povertà sempre più penose.Penso con angoscia a quelle regioni del mondo che sono afflitte da guerre e guerriglie senza fine, dalla fame endemica e da tremende malattie. Molti di Voi sono preoccupati al pari di me per questo stato di cose che, da un punto di vista cristiano e umano, costituisce il più grave peccato d’ingiustizia del mondo moderno e deve quindi scuotere profondamente la coscienza dei cristiani di oggi, in primo luogo di coloro che, avendo in mano le leve politiche, economiche e finanziarie del mondo, possono determinare in bene o in male i destini dei popoli.In realtà, è lo spirito di solidarietà che deve crescere nel mondo, per vincere l’egoisino delle persone e delle nazioni. Solo così si potrà porre un freno alla ricerca della potenza politica e della ricchezza economica al di fuori di ogni riferimento ad altri valori. In un mondo ormai globalizzato, in cui il mercato, che per sé ha un ruolo positivo per la libera creatività umana nel settore dell’economia (cfr Centesimus annus, 42), tende però a svincolarsi da ogni considerazione morale, assumendo come unica norma la legge del massimo profitto, quei cristiani che si sentono chiamati da Dio alla vita politica hanno il compito – certamente assai difficile, e tuttavia necessario – di piegare le leggi del mercato «selvaggio» alle leggi della giustizia e della solidarietà. è questa la sola via per assicurare al nostro mondo un avvenire pacifico, distruggendo alla radice le cause di conflitti e di guerre: la pace è frutto della giustizia.Una parola particolare vorrei ora rivolgere a coloro, tra Voi, che hanno il delicatissimo compito di formulare ed approvare le leggi: un compito che avvicina l’uomo a Dio, Legislatore supremo, dalla cui Legge eterna ogni legge attinge, in ultima analisi, la sua validità e la sua forza obbligante. Proprio a questo si intende alludere quando si afferma che la legge positiva non può contraddire la legge naturale, null’altro essendo quest’ultima se non l’indicazione delle norme prime ed essenziali che regolano la vita morale, e quindi di quelli che sono i caratteri, le esigenze profonde e i valori più alti della persona umana. Come già ho avuto modo di affermare anche nell’Enciclica Evangelium vitae, «alla base di questi valori non possono esservi provvisorie e mutevoli “maggioranze” di opinione, ma solo il riconoscimento di una legge morale obiettiva che, in quanto “legge naturale” iscritta nel cuore dell’uomo, è punto di riferimento normativo della stessa legge civile» (n. 70).Questo s’ignifica che le leggi, quali che siano i campi in cui il legislatore interviene o è obbligato ad intervenire, devono sempre rispettare e promuovere – nella varietà delle loro esigenze spirituali e materiali, personali, familiari e sociali – le persone umane. Perciò una legge che non rispetti il diritto alla vita – dalla concezione alla morte naturale – dell’essere umano, quale che sia la condizione in cui si trova – sia esso sano o malato, ancora allo stato embrionale, vecchio o in stadio terminale – non è una legge conforme al disegno divino: perciò, un legislatore cristiano non puo né contribuire a formularla né approvarla in sede parlamentare, anche se, là dove già esiste, gli è lecito proporre emendamenti che ne attenuino la dannosità in sede di discussione parlamentare. Lo stesso deve dirsi di ogni legge che danneggi la famiglia e attenti alla sua unità e alla sua indissolubilità oppure dia validità legale a unioni tra persone, anche dello stesso sesso, che pretendano di surrogare con gli stessi diritti la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna.Indubbiamente, nell’attuale società pluralistica, il legislatore cristiano si trova di fronte a concezioni di vita, a leggi e a richieste di legalizzazione che sono in contrasto con la propria coscienza. Sarà allora la prudenza cristiana, che è la virtù propria del politico cristiano, ad indicargli come comportarsi per non venir meno, da una parte, al richiamo della sua coscienza rettamente formata, e non mancare, dall’altra, al suo compito di legislatore. Non si tratta, per il cristiano di oggi, di uscire dal mondo in cui la chiamata di Dio l’ha posto, ma piuttosto di dare testimonianza della propria fede e di essere coerente con i propri principi, nelle difficili e sempre nuove circostanze che caratterizzano l’ambito della politica.Illustri Signori e gentili Signore, i tempi che Dio ci dà da vivere sono per tanta parte oscuri e difficili, poiché sono tempi in cui é messo in gioco il futuro stesso dell’umanità nel millennio che si apre dinanzi a noi. In molti uomini del nostro tempo dominano la paura e l’incertezza: dove stiamo andando? quale sarà nel prossimo secolo il destino dell’umanità? dove ci porteranno le straordinarie scoperte scientifiche, soprattutto in campo biologico e genetico, fatte in questi ultimi anni? Siamo infatti consapevoli di essere solo all’inizio di un cammino che non si sa dove potrà sboccare e se sarà a vantaggio o a danno degli uomini del XXl secolo.Noi cristiani di questo tempo, formidabile insieme e meraviglioso, pur partecipando alle paure, alle incertezze e agli interrogativi degli uomini di oggi, non siamo pessimisti riguardo al futuro, poiché abbiamo la certezza che Gesù Cristo è il Signore della storia, e perché abbiamo nel Vangelo la luce che illumina il nostro cammino, anche nei momenti difficili e oscuri.L’incontro con Cristo ha trasformato un giorno la vostra vita e oggi Voi avete voluto rinnovarne lo splendore con questo pellegrinaggio alle memorie degli apostoli Pietro e Paolo. Nella misura in cui persevererete in questo stretto legame con Lui, attraverso la preghiera personale e la partecipazione convinta alla vita della Chiesa, Egli, il Vivente, continuerà ad effondere su di Voi lo Spirito Santo, lo Spirito della verità e dell’amore, la forza e la luce di cui tutti noi abbiamo bisogno.Con un atto di fede sincera e convinta, rinnovate la vostra adesione a Gesù Cristo, Salvatore del mondo, e fate del suo Vangelo la guida del vostro pensiero e della vostra vita. Sarete allora nella società odierna quel fermento di vita nuova di cui l’umanità ha bisogno per costruire un futuro più giusto e più solidale, un futuro aperto alla civiltà dell’amore.
Giubileo dei Governanti, dei Parlamentari e dei Politici, 5 novembre 2000

CONFERENZA STAMPA DI PRESENTAZIONE DELLA PROCLAMAZIONE DA PARTE DEL SANTO PADRE DI SAN THOMAS MORE A PATRONO DEI GOVERNANTI E DEI POLITICIINTERVENTO DEL CARD. ROGER ETCHEGARAY


San Tommaso Moro o l’elogio della coscienza
 All’approssimarsi del Giubileo di quanti hanno responsabilità politiche, è un grande dono che Giovanni Paolo II offre loro, assegnando come patrono celeste san Tommaso Moro: un patrono di così alta levatura, alla misura di tutti quelli che debbono gestire la "cosa pubblica". Questo gesto spirituale è stato suggerito al Papa da uomini e donne di ogni orizzonte politico dei vari continenti. Tra i motivi che lo hanno fatto aderire alle loro richieste, Giovanni Paolo II evidenzia: "E fu proprio nella difesa dei diritti della coscienza che l’esempio di Tommaso Moro brillò di luce intensa". Ed aggiunge che la sua iniziativa è "in piena sintonia con lo spirito del Grande Giubileo, che ci immette nel terzo millennio cristiano".Quando il Papa Pio XI canonizzò Tommaso Moro nel 1935 (due anni prima delle encicliche contro il nazional-socialismo e il comunismo), pronunciò queste semplici parole: "Che uomo completo!", riprendendo d’altronde la definizione che Erasmo dava del suo amico: "omnium horarum hominem": "un uomo per tutte le ore".Di fatto, brillante avvocato alla City di Londra, membro a 27 anni del Parlamento di cui divenne lo speaker, poi Lord Cancelliere del Regno, primo laico ad assumere questa alta carica, Tommaso Moro ha affascinato i suoi contemporanei di tutta l’Europa. Carlo V diceva che avrebbe preferito perdere le migliori città del suo impero che essere privato di uno solo dei suoi consigli. Figura centrale dell’umanesimo, riceve nella sua celebre casa di Chelsea i grandi nomi del Rinascimento da Erasmo a Holbein il Giovane che fece il suo ritratto. Autore della straordinaria "Utopia" coltiva le arti, ma porta il cilicio. Uomo immerso negli affari pubblici, ma padre premuroso per i suoi quattro figli e parrocchiano assiduo alla messa quotidiana. Vive con pienezza il programma evangelico: essere nel mondo senza essere del mondo. Egli assume il duplice ruolo di Marta e Maria. A 55 anni, al culmine della gloria e del potere, dà le dimissioni. Per motivi di coscienza, per non chiudere gli occhi su delle ingiustizie flagranti. Tre anni dopo, è in prigione per quindici mesi durante i quali scrive il suo ultimo libro sulla Passione di Cristo, poi è la decapitazione, per avere rifiutato con cortesia ma fermezza di cedere all’arbitrio del suo Re che cercava di asservire la Chiesa allo Stato. Era il 6 luglio 1585. La vigilia, nella sua ultima lettera (scritta con il carbone di legna) a sua figlia Margaret, spiega perché è felice di dare la vita quel 6 luglio: è l’ottava della festa di san Pietro, "roccia" dell’unità romana che Enrico IV aveva osato attaccare e, poi, è la vigilia della festa di san Thomas Becket, l’arcivescovo di Canterbury martirizzato nella sua cattedrale nel XII secolo per la difesa della libertà religiosa.Salì i gradini del patibolo appoggiato al braccio del luogotenente della Torre, dicendogli: "La prego, mi aiuti a salire; per scendere, me la caverò da solo!"Quindici giorni prima della decapitazione dell’uomo di Stato, un uomo di Chiesa aveva subito la stessa sorte, John Fisher, vescovo di Rochester: oggi sono onorati insieme nel calendario dei santi.Tutti, gli anglicani come i cattolici, hanno visto in lui in primo luogo non solo un santo ma un eroe della coscienza e un martire della fede. E gli uomini politici, qualunque fosse la loro credenza o miscredenza, lo hanno considerato come uno dei più grandi rappresentanti delle tradizioni giuridiche di cui l’Inghilterra è, a buon diritto, molto fiera.Giovanni Paolo II, proclamando ora Tommaso Moro patrono dei governanti e dei politici, vuole ricordare loro la priorità assoluta di Dio fino in seno agli affari pubblici. In un tempo di eclissi della coscienza, il Papa mostra a noi tutti un uomo che ha preferito la morte alla vita per fedeltà alla sua coscienza, a una coscienza che non ha cessato di illuminare alla luce di Dio e dei consigli dei saggi, lontano da ogni fanatismo e soggettivismo. Non è facile fare l’elogio della coscienza e testimoniare il suo valore supremo; poiché essa esige cure costanti di formazione, di maturazione affinché l’uomo vi scopra "la presenza di una legge che non si è dato da se stesso e alla quale è tenuto ad ubbidire" (Gaudium et Spes", n. 16).A leggere le lettere commoventi scritte in prigione da Tommaso Moro, capiamo meglio fino a che punto l’obbligo di coscienza, che egli aveva posto nei confronti di tutte le autorità prestabilite, emergesse dalla sua santità.A scoprirlo e ad imitarlo, ciascuno di noi si sentirà più uomo perché più chiamato alla santità, più libero perché più distaccato da tutto, più gioioso, perché più amoroso verso tutti. (da «L’Osservatore Romano» del 6-7 novembre 2000)
Intervento del Papa ai politici
 Alle ore 18 di questo pomeriggio, il Santo Padre Giovanni Paolo II interviene all’Assemblea dei Parlamentari del Mondo che si svolge oggi nell’Aula Paolo VI in Vaticano nell’ambito del Giubileo dei Governanti e dei Parlamentari. Accolto dall’Orchestra dei Sinfonici di Amburgo e dal Coro della Cattedrale di Poznam, il Papa riceve il saluto del Presidente del Senato della Repubblica Italiana, Sen. Nicola Mancino. Dopo le testimonianze per la pace nel mondo, viene data lettura delle tre mozioni approvate dall’Assemblea: Debito estero dei Paesi poveri; Dignità e libertà della persona; Etica e globalizzazione. Quindi il Santo Padre rivolge ai Governanti, Parlamentari e Politici presenti nell’Aula Paolo VI il discorso che riportiamo di seguito nell’originale in lingua italiana e nella traduzione in diverse lingue: Sono lieto di accoglierVi in questa speciale Udienza, illustri Governanti, Parlamentari e Amministratori della cosa pubblica, venuti a Roma per il Giubileo. Nel rivolgerVi il mio deferente saluto, ringrazio cordialmente il Presidente del Senato della Polonia, Signora Grzeskowiak per gli auguri fatti a nome dell’Assemblea; il Presidente del Senato dell’Argentina, Mario Losada, e il Presidente del Senato Italiano, Senatore Nicola Mancino per le gentili parole con cui si è fatto interprete dei comuni sentimenti. Estendo il mio grato pensiero al Senatore Francesco Cossiga, attivo promotore della richiesta della proclamazione di san Tommaso Moro Patrono dei Governanti e dei Politici. Saluto pure le altre Personalità, tra cui il Signor Michail Gorbachev, che hanno preso la parola. Uno speciale benvenuto rivolgo ai Capi di Stato presentiL'incontro mi è propizio per riflettere insieme con Voi - alla luce anche delle mozioni poc'anzi presentate - sulla natura e sulla responsabilità che comporta la missione a cui, nella sua amorosa provvidenza, Dio Vi ha chiamati. La vostra, infatti, può ben essere considerata come una vera e propria vocazione all'azione politica: in pratica, al governo delle nazioni, alla formazione delle leggi e all'amministrazione della cosa pubblica, a vari livelli. E' necessario allora interrogarsi sulla natura, sulle esigenze e sugli scopi della politica, per viverla da cristiani e da uomini consapevoli della sua nobiltà e, insieme, delle difficoltà e dei rischi che essa comporta.La politica è l'uso del potere legittimo per il raggiungimento del bene comune della società: bene comune che, come afferma il Concilio Vaticano II, "si concreta nell'insieme di quelle condizioni sociali che consentono e favoriscono negli esseri umani, nelle famiglie e nelle associazioni il conseguimento più pieno e più spedito della propria perfezione" (Gaudium et spes, 74). L'attività politica deve perciò svolgersi in spirito di servizio. Giustamente il mio predecessore Paolo VI ha affermato che "la politica è una maniera esigente ... di vivere l'impegno cristiano a servizio degli altri" (Octogesima adveniens, 46).Perciò, il cristiano che fa politica - e vuole farla «da cristiano» - deve agire con disinteresse, cercando non l'utilità propria, né del proprio gruppo o partito, ma il bene di tutti e di ciascuno, e quindi, in primo luogo, di coloro che nella società sono i più svantaggiati. Nella lotta per l'esistenza, che talvolta assume forme spietate e crudeli, non sono pochi i «vinti», che vengono messi inesorabilmente da parte. Tra questi non posso non ricordare i detenuti nelle carceri: tra loro mi sono recato il 9 luglio scorso, in occasione del loro Giubileo. In quella circostanza, richiamandomi alla consuetudine dei precedenti Anni giubilari, invocavo dai Responsabili degli Stati "un segno di clemenza a vantaggio di tutti i detenuti", che costituisse "un chiaro segno di sensibilità verso la loro condizione". Mosso dalle molte suppliche che mi giungono da ogni parte, rinnovo anche oggi quell'appello, nella convinzione che un simile gesto li incoraggerebbe nel cammino del personale ravvedimento e li stimolerebbe ad una più convinta adesione ai valori della giustizia.Questa deve essere, appunto, la preoccupazione essenziale dell'uomo politico, la giustizia: una giustizia che non si contenti di dare a ciascuno il suo, ma tenda a creare tra i cittadini condizioni di uguaglianza nelle opportunità, e dunque a favorire quelli che per condizione sociale, per cultura, per salute rischiano di restare indietro o di essere sempre agli ultimi posti nella società, senza possibilità di personale riscatto.E' lo scandalo delle società opulente del mondo di oggi, nelle quali i ricchi diventano sempre più ricchi, perché la ricchezza produce ricchezza, e i poveri diventano sempre più poveri, perché la povertà tende a creare altra povertà. Questo scandalo non si verifica solo all'interno delle singole nazioni, ma ha dimensioni che ne travalicano ampiamente i confini. Oggi soprattutto, con il fenomeno della globalizzazione dei mercati, i Paesi ricchi e sviluppati tendono a migliorare ulteriormente la loro condizione economica, mentre i Paesi poveri - se si eccettuano alcuni in via di promettente sviluppo - tendono a sprofondare in forme di povertà sempre più penose.Penso con angoscia a quelle regioni del mondo che sono afflitte da guerre e guerriglie senza fine, dalla fame endemica e da tremende malattie. Molti di Voi sono preoccupati al pari di me per questo stato di cose che, da un punto di vista cristiano e umano, costituisce il più grave peccato d'ingiustizia del mondo moderno e deve quindi scuotere profondamente la coscienza dei cristiani di oggi, in primo luogo di coloro che, avendo in mano le leve politiche, economiche e finanziarie del mondo, possono determinare - in bene o in male - i destini dei popoli.In realtà, è lo spirito di solidarietà che deve crescere nel mondo, per vincere l'egoismo delle persone e delle nazioni. Solo così si potrà porre un freno alla ricerca della potenza politica e della ricchezza economica al di fuori di ogni riferimento ad altri valori. In un mondo ormai globalizzato, in cui il mercato, che per sé ha un ruolo positivo per la libera creatività umana nel settore dell'economia (cfr Centesimus annus, 42), tende però a svincolarsi da ogni considerazione morale, assumendo come unica norma la legge del massimo profitto, quei cristiani che si sentono chiamati da Dio alla vita politica hanno il compito - certamente assai difficile, e tuttavia necessario - di piegare le leggi del mercato «selvaggio» alle leggi della giustizia e della solidarietà. E' questa la sola via per assicurare al nostro mondo un avvenire pacifico, distruggendo alla radice le cause di conflitti e di guerre: la pace è frutto della giustizia.Una parola particolare vorrei ora rivolgere a coloro, tra Voi, che hanno il delicatissimo compito di formulare ed approvare le leggi: un compito che avvicina l'uomo a Dio, Legislatore supremo, dalla cui Legge eterna ogni legge attinge, in ultima analisi, la sua validità e la sua forza obbligante. Proprio a questo si intende alludere quando si afferma che la legge positiva non può contraddire la legge naturale, null'altro essendo quest'ultima se non l'indicazione delle norme prime ed essenziali che regolano la vita morale, e quindi di quelli che sono i caratteri, le esigenze profonde e i valori più alti della persona umana. Come già ho avuto modo di affermare anche nell'EnciclicaEvangelium vitae, "alla base di questi valori non possono esservi provvisorie e mutevoli «maggioranze» di opinione, ma solo il riconoscimento di una legge morale obiettiva che, in quanto «legge naturale» iscritta nel cuore dell'uomo, è punto di riferimento normativo della stessa legge civile" (n. 70).Questo significa che le leggi, quali che siano i campi in cui il legislatore interviene o è obbligato ad intervenire, devono sempre rispettare e promuovere - nella varietà delle loro esigenze spirituali e materiali, personali, familiari e sociali - le persone umane. Perciò una legge che non rispetti il diritto alla vita - dalla concezione alla morte naturale - dell'essere umano, quale che sia la condizione in cui si trova - sia esso sano o malato, ancora allo stato embrionale, vecchio o in stadio terminale - non è una legge conforme al disegno divino: perciò, un legislatore cristiano non può né contribuire a formularla né approvarla in sede parlamentare, anche se, là dove già esiste, gli è lecito proporre emendamenti che ne attenuino la dannosità in sede di discussione parlamentare. Lo stesso deve dirsi di ogni legge che danneggi la famiglia e attenti alla sua unità e alla sua indissolubilità oppure dia validità legale a unioni tra persone, anche dello stesso sesso, che pretendano di surrogare con gli stessi diritti la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna.Indubbiamente, nell'attuale società pluralistica, il legislatore cristiano si trova di fronte a concezioni di vita, a leggi e a richieste di legalizzazione che sono in contrasto con la propria coscienza. Sarà allora la prudenza cristiana, che è la virtù propria del politico cristiano, ad indicargli come comportarsi per non venir meno, da una parte, al richiamo della sua coscienza rettamente formata, e non mancare, dall'altra, al suo compito di legislatore. Non si tratta, per il cristiano di oggi, di uscire dal mondo in cui la chiamata di Dio l'ha posto, ma piuttosto di dare testimonianza della propria fede e di essere coerente con i propri principi, nelle difficili e sempre nuove circostanze che caratterizzano l'ambito della politica.Illustri Signori e gentili Signore, i tempi che Dio ci dà da vivere sono per tanta parte oscuri e difficili, poiché sono tempi in cui è messo in gioco il futuro stesso dell'umanità nel millennio che si apre dinanzi a noi. In molti uomini del nostro tempo dominano la paura e l'incertezza: dove stiamo andando? quale sarà nel prossimo secolo il destino dell'umanità? dove ci porteranno le straordinarie scoperte scientifiche, soprattutto in campo biologico e genetico, fatte in questi ultimi anni? Siamo infatti consapevoli di essere solo all'inizio di un cammino che non si sa dove potrà sboccare e se sarà a vantaggio o a danno degli uomini del XXI secolo.Noi cristiani di questo tempo, formidabile insieme e meraviglioso, pur partecipando alle paure, alle incertezze e agli interrogativi degli uomini di oggi, non siamo pessimisti riguardo al futuro, poiché abbiamo la certezza che Gesù Cristo è il Signore della storia, e perché abbiamo nel Vangelo la luce che illumina il nostro cammino, anche nei momenti difficili e oscuri.L'incontro con Cristo ha trasformato un giorno la vostra vita e oggi Voi avete voluto rinnovarne lo splendore con questo pellegrinaggio alle memorie degli apostoli Pietro e Paolo. Nella misura in cui persevererete in questo stretto legame con Lui, attraverso la preghiera personale e la partecipazione convinta alla vita della Chiesa, Egli, il Vivente, continuerà ad effondere su di Voi lo Spirito Santo, lo Spirito della verità e dell'amore, la forza e la luce di cui tutti noi abbiamo bisogno.Con un atto di fede sincera e convinta, rinnovate la vostra adesione a Gesù Cristo, Salvatore del mondo, e fate del suo Vangelo la guida del vostro pensiero e della vostra vita. Sarete allora nella società odierna quel fermento di vita nuova di cui l'umanità ha bisogno per costruire un futuro più giusto e più solidale, un futuro aperto alla civiltà dell'amore.

Lettera Apostolica in forma di Motu ProprioPER LA PROCLAMAZIONE DI SAN TOMMASO MORO PATRONO DEI GOVERNANTI E DEI POLITICIGIOVANNI PAOLO PP. IIA PERPETUA MEMORIA


Dalla vita e dal martirio di san Tommaso Moro scaturisce un messaggio che attraversa i secoli e parla agli uomini di tutti i tempi della dignità inalienabile della coscienza, nella quale, come ricorda il Concilio Vaticano II, risiede "il nucleo più segreto e il sacrario dell'uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nella sua intimità" (Gaudium et spes, 16). Quando l'uomo e la donna ascoltano il richiamo della verità, allora la coscienza orienta con sicurezza i loro atti verso il bene. Proprio per la testimonianza, resa fino all'effusione del sangue, del primato della verità sul potere, san Tommaso Moro è venerato quale esempio imperituro di coerenza morale. E anche al di fuori della Chiesa, specie fra coloro che sono chiamati a guidare le sorti dei popoli, la sua figura viene riconosciuta quale fonte di ispirazione per una politica che si ponga come fine supremo il servizio alla persona umana.Di recente, alcuni Capi di Stato e di Governo, numerosi esponenti politici, alcune Conferenze Episcopali e singoli Vescovi mi hanno rivolto petizioni a favore della proclamazione di san Tommaso Moro quale Patrono dei Governanti e dei Politici. Tra i firmatari dell'istanza vi sono personalità di varia provenienza politica, culturale e religiosa, a testimonianza del vivo e diffuso interesse per il pensiero ed il comportamento di questo insigne Uomo di governo.Tommaso Moro visse una straordinaria carriera politica nel suo Paese. Nato a Londra nel 1478 da rispettabile famiglia, fu posto, sin da giovane al servizio dell'Arcivescovo di Canterbury Giovanni Morton, Cancelliere del Regno. Proseguì poi gli studi in legge ad Oxford e a Londra, allargando i suoi interessi ad ampi settori della cultura, della teologia e della letteratura classica. Imparò a fondo il greco ed entrò in rapporto di scambio e di amicizia con importanti protagonisti della cultura rinascimentale, tra cui Erasmo Desiderio da Rotterdam.La sua sensibilità religiosa lo portò alla ricerca della virtù attraverso un’assidua pratica ascetica: coltivò rapporti di amicizia con i frati minori osservanti del convento di Greenwich e alloggiò per un certo tempo presso la certosa di Londra, due dei principali centri di fervore religioso nel Regno. Sentendosi chiamato al matrimonio, alla vita familiare e all'impegno laicale, egli sposò nel 1505 Giovanna Colt dalla quale ebbe quattro figli. Giovanna morì nel 1511 e Tommaso sposò in seconde nozze Alicia Middleton, una vedova con figlia. Fu per tutta la sua vita marito e padre affezionato e fedele, intimamente impegnato nell'educazione religiosa, morale e intellettuale dei figli. La sua casa accoglieva generi, nuore e nipoti, e rimaneva aperta per molti giovani amici alla ricerca della verità o della propria vocazione. La vita di famiglia lasciava, per altro, ampio spazio alla preghiera comune e alla lectio divina, come pure a sane forme di ricreazione domestica. Tommaso partecipava alla Messa quotidianamente nella chiesa parrocchiale, ma le austere penitenze che adottava erano conosciute solo dai suoi familiari più intimi.Nel 1504, sotto il re Enrico VII, venne eletto per la prima volta al parlamento. Enrico VIII gli rinnovò il mandato nel 1510, e lo costituì pure rappresentante della Corona nella capitale, aprendogli una carriera di spicco nell'amministrazione pubblica. Nel decennio successivo, il re lo inviò a varie riprese in missioni diplomatiche e commerciali nelle Fiandre e nel territorio dell'odierna Francia. Fatto membro del Consiglio della Corona, giudice presidente di un tribunale importante, vice-tesoriere e cavaliere, divenne nel 1523 portavoce, cioè presidente, della Camera dei Comuni.Universalmente stimato per l'indefettibile integrità morale, l'acutezza dell'ingegno, il carattere aperto e scherzoso, la straordinaria erudizione, nel 1529, in un momento di crisi politica ed economica del Paese, fu nominato dal re Cancelliere del regno. Primo laico a ricoprire questa carica, Tommaso affrontò un periodo estremamente difficile, sforzandosi di servire il re e il Paese. Fedele ai suoi principi si impegnò a promuovere la giustizia e ad arginare l'influsso deleterio di chi perseguiva i propri interessi a spese dei deboli. Nel 1532, non volendo dare il proprio appoggio al disegno di Enrico VIII che voleva assumere il controllo sulla Chiesa in Inghilterra, rassegnò le dimissioni. Si ritirò dalla vita pubblica, accettando di soffrire con la sua famiglia la povertà e l’abbandono di molti che, nella prova, si rivelarono falsi amici.Costatata la sua irremovibile fermezza nel rifiutare ogni compromesso con la propria coscienza, il re, nel 1534, lo fece imprigionare nella Torre di Londra, ove fu sottoposto a varie forme di pressione psicologica. Tommaso Moro non si lasciò piegare e rifiutò di prestare il giuramento che gli si chiedeva, perché avrebbe comportato l'accettazione di un assetto politico ed ecclesiastico che preparava il terreno ad un dispotismo senza controllo. Nel corso del processo intentatogli pronunciò un'appassionata apologia delle proprie convinzioni circa l'indissolubilità del matrimonio, il rispetto del patrimonio giuridico ispirato ai valori cristiani, la libertà della Chiesa di fronte allo Stato. Condannato dal Tribunale, venne decapitato.Col passare dei secoli si attenuò la discriminazione nei confronti della Chiesa. Nel 1850 fu ricostituita in Inghilterra la gerarchia cattolica. Fu così possibile avviare le cause di canonizzazione di numerosi martiri. Tommaso Moro insieme a 53 altri martiri, tra i quali il Vescovo Giovanni Fisher, fu beatificato dal Papa Leone XIII nel 1886. Insieme allo stesso Vescovo fu poi canonizzato da Pio XI nel 1935, nella ricorrenza del quarto centenario del martirio.Molte sono le ragioni a favore della proclamazione di san Tommaso Moro a Patrono dei Governanti e dei Politici. Tra queste, il bisogno che il mondo politico e amministrativo avverte di modelli credibili, che mostrino la via della verità in un momento storico in cui si moltiplicano ardue sfide e gravi responsabilità. Oggi, infatti, fenomeni economici fortemente innovativi stanno modificando le strutture sociali; d’altra parte, le conquiste scientifiche nel settore delle biotecnologie acuiscono l’esigenza di difendere la vita umana in tutte le sue espressioni, mentre le promesse di una nuova società, proposte con successo ad un’opinione pubblica frastornata, richiedono con urgenza scelte politiche chiare a favore della famiglia, dei giovani, degli anziani e degli emarginati.In questo contesto, giova riandare all'esempio di san Tommaso Moro, il quale si distinse per la costante fedeltà all’autorità e alle istituzioni legittime proprio perché, in esse, intendeva servire non il potere, ma l'ideale supremo della giustizia. La sua vita ci insegna che il governo è anzitutto esercizio di virtù. Forte di tale rigoroso impianto morale, lo Statista inglese pose la propria attività pubblica al servizio della persona, specialmente se debole o povera; gestì le controversie sociali con squisito senso d'equità; tutelò la famiglia e la difese con strenuo impegno; promosse l'educazione integrale della gioventù. Il profondo distacco dagli onori e dalle ricchezze, l'umiltà serena e gioviale, l'equilibrata conoscenza della natura umana e della vanità del successo, la sicurezza di giudizio radicata nella fede, gli dettero quella fiduciosa fortezza interiore che lo sostenne nelle avversità e di fronte alla morte. La sua santità rifulse nel martirio, ma fu preparata da un'intera vita di lavoro nella dedizione a Dio e al prossimo.Accennando a simili esempi di perfetta armonia fra fede e opere, nell'Esortazione apostolica post-sinodale Christifideles laici ho scritto che "l'unità della vita dei fedeli laici è di grandissima importanza: essi, infatti, devono santificarsi nell'ordinaria vita professionale e sociale. Perché possano rispondere alla loro vocazione, dunque, i fedeli laici debbono guardare alle attività della vita quotidiana come occasione di unione con Dio e di compimento della sua volontà, e anche di servizio agli altri uomini" (n. 17).Quest'armonia fra il naturale e il soprannaturale costituisce forse l'elemento che più di ogni altro definisce la personalità del grande Statista inglese: egli visse la sua intensa vita pubblica con umiltà semplice, contrassegnata dal celebre "buon umore", anche nell'imminenza della morte.Questo il traguardo a cui lo portò la sua passione per la verità. L'uomo non si può separare da Dio, né la politica dalla morale: ecco la luce che ne illuminò la coscienza. Come ho già avuto occasione di dire, "l'uomo è creatura di Dio, e per questo i diritti dell'uomo hanno in Dio la loro origine, riposano nel disegno della creazione e rientrano nel piano della redenzione. Si potrebbe quasi dire, con espressione audace, che i diritti dell'uomo sono anche i diritti di Dio" (Discorso, 7.4.1998).E fu proprio nella difesa dei diritti della coscienza che l'esempio di Tommaso Moro brillò di luce intensa. Si può dire che egli visse in modo singolare il valore di una coscienza morale che è "testimonianza di Dio stesso, la cui voce e il cui giudizio penetrano l'intimo dell'uomo fino alle radici della sua anima" (Lett. enc. Veritatis splendor, 58), anche se, per quanto concerne l'azione contro gli eretici, subì i limiti della cultura del suo tempo.Il Concilio Ecumenico Vaticano II, nella Costituzione Gaudium et spes, nota come nel mondo contemporaneo stia crescendo "la coscienza della esimia dignità che compete alla persona umana, superiore a tutte le cose, e i cui diritti e doveri sono universali e inviolabili" (n. 26). La vicenda di san Tommaso Moro illustra con chiarezza una verità fondamentale dell'etica politica. Infatti la difesa della libertà della Chiesa da indebite ingerenze dello Stato è allo stesso tempo difesa, in nome del primato della coscienza, della libertà della persona nei confronti del potere politico. In ciò sta il principio basilare di ogni ordine civile conforme alla natura dell'uomo.Confido, pertanto, che l'elevazione dell'esimia figura di san Tommaso Moro a Patrono dei Governanti e dei Politici giovi al bene della società. È questa, peraltro, un'iniziativa in piena sintonia con lo spirito del Grande Giubileo, che ci immette nel terzo millennio cristiano.
 Pertanto, dopo matura considerazione, accogliendo volentieri le richieste rivoltemi, costituisco e dichiaro celeste Patrono dei Governanti e dei Politici san Tommaso Moro, concedendo che gli vengano tributati tutti gli onori e i privilegi liturgici che competono, secondo il diritto, ai Patroni di categorie di persone. Sia benedetto e glorificato Gesù Cristo, Redentore dell'uomo, ieri, oggi e sempre. Dato a Roma, presso san Pietro, il giorno 31 ottobre dell’anno 2000, ventitreesimo di Pontificato.                                                                                                                                                                                                          Joannes Paulu II
Lettera Apostolica in forma di Motu ProprioPER LA PROCLAMAZIONE DI SAN TOMMASO MORO PATRONO DEI GOVERNANTI E DEI POLITICIGIOVANNI PAOLO PP. IIA PERPETUA MEMORIA
Giubileo dei Governanti, dei Parlamentari e dei Politici, 5 novembre 2000
Angelus del Papa
ALL’ANGELUS, L’INCORAGGIAMENTO DEL PAPA AI MALATI DI CANCRO E ALLA RICERCA CONTRO LA MALATTIA, DOPO UN NUOVO RICORDO DI SAN TOMMASO MORO, "STATISTA ILLUMINATO". STASERA IN VATICANO LA CONCLUSIONE DEL GIUBILEO DEI GOVERNANTI E DEI PARLAMENTARI (A cura di Paolo Salvo) Sulla figura di San Tommaso Moro, il Papa è tornato prima dell’Angelus, rinnovando a tutti l’esortazione ad approfondire e diffondere la conoscenza del nuovo Patrono dei governanti e dei politici. "Per tale finalità, la sua figura è davvero indicatissima", ha detto, poiché "visse pienamente l’identità cristiana nello stato laicale, come marito, padre esemplare e statista illuminato".**********Uomo di adamantina integrità, per rimanere fedele a Dio e alla propria coscienza, rinunciò a tutto: agli onori, agli affetti, alla stessa vita; ma acquistò così il bene più prezioso, il Regno dei cieli, da dove veglia su quanti si dedicano generosamente al servizio della famiglia umana nelle istituzioni civili e politiche.**********In tale contesto, Giovanni Paolo II ha ricordato l’odierna Giornata italiana per la ricerca sul cancro, rivolgendo il suo "incoraggiamento a tutte le persone che soffrono a causa di questa malattia" ed augurando a ciascuno di "trovare nella fede il solido fondamento della propria speranza".**********A quanti, in vari modi, si impegnano perché il cancro sia sempre meno pericoloso, esprimo la lode e la solidarietà della Chiesa, la quale cerca da sempre di servire Cristo nei malati, a fianco degli operatori sanitari.**********Il Papa ha chiesto infine di pregare per l’incontro che avrà nei prossimi giorni con il Catholicos di tutti gli Armeni, Sua Santità Karekin II. Nel corso di una solenne celebrazione ecumenica in San Pietro, il 10 novembre, gli rimetterà una reliquia di San Gregorio l’Illuminatore, Patrono dell’Armenia. **********Possa questo evento ecumenico, nel clima giubilare, contribuire ad accelerare il cammino della piena comunione tra tutti i cristiani. Per questo preghiamo.**********La "due giorni" del Giubileo dei governanti e dei parlamentari si conclude stasera nell’Aula "Paolo VI" alla presenza del Papa, con un "incontro di festa e testimonianza". L’evento, che avrà inizio alle ore 18.00, sarà trasmesso in diretta dalla Radio Vaticana, sulle consuete frequenze, con i commenti in italiano e spagnolo.
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